ISSN 2464-9694
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Pegno rotativo, di cosa generica e di cosa futura
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Premessi cennti sul pegno, tratti il candidato del pegno rotativo, del pegno di cosa generica, del pegno di cosa fututa, anche in relazione ai crediti di impresa, senza tralasciare l'aspetto dell'opponibilità del pegno ai terzi e della possibilità del creditore di soddisfarsi direttamente sul bene dato in garanzia.

 

Il pegno è un esempio di garanzia reale propria, che nell’impianto codicistico conserva inalterata la sua struttura rispetto al diritto romano.

In assenza di una definizione normativa, ai sensi dell’art. 2784 c.c., il pegno può essere inteso come lo strumento mediante il quale al creditore è consentito di tutelare le proprie ragioni sui beni mobili, sulle universalità di mobili, sui crediti e sugli altri diritti aventi per oggetto beni mobili, del debitore o di terzi.

Esso rientra, come previsto dall’art. 2741, comma 2 c.c., insieme ai privilegi e all’ipoteca, nel novero delle cause legittime di prelazione, che attribuiscono al titolare il diritto di soddisfarsi con preferenza, rispetto agli altri creditori (chirografari), sui beni del debitore, nonché il c.d. diritto di sequela, ovvero il potere di aggredire tali beni anche se alienati a terzi.

Le cause legittime di prelazione, dunque, rappresentano una deroga al principio della par condicio creditorum, sancito dall’art. 2741, comma 1 c.c., secondo cui i creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore.

In ragione della loro incidenza, tuttavia, costituiscono ius singulare insuscettibile di applicazione analogica.

Le cause di prelazione, pur costituendo una valida garanzia per il creditore, devono essere comunque collocate nell’ambito dei principi posti a tutela del debitore e degli altri creditori.

In particolare, le cause legittime di prelazione devono essere coordinate con il divieto del patto commissorio, previsto dall’art. 2744, che sancisce la nullità del patto con cui si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore.

Nel pegno, come nell’ipoteca, si assiste ad una scissione tra rapporto di credito e rapporto di garanzia, diversamente da quanto si verifica nei privilegi, che sono concepiti dal legislatore in ragione dell’essenza stessa del credito che, a sua volta, nasce privilegiato.

Il privilegio, quindi, non può essere considerato un vero e proprio diritto reale di garanzia accessorio al credito.

Il pegno e l’ipoteca rappresentano invece le classiche garanzie reali e, come tali, accedono alle caratteristiche tipiche dei diritti reali: assolutezza, opponibilità erga omnes, inerenza alla res e sequela, specialità (non caratterizza invece il privilegio, che può essere anche generale), indivisibilità, accessorietà.

Con riguardo alla caratteristica della specialità, giova evidenziare che essa è riferita sia all’oggetto del pegno, sia al credito garantito, in ossequio al principio di certezza dei rapporti giuridici, nonché per garantire la tutela del debitore e dei terzi.

È possibile costituire un pegno o iscrivere ipoteca immediatamente, anche se il credito è condizionato o sottoposto a termine o, purché nascente da un rapporto in atto, futuro o eventuale.

Il pegno, come anticipato, può avere ad oggetto beni mobili, universalità di mobili, crediti o altri diritti aventi ad oggetto beni mobili, mentre l’ipoteca è la tipica garanzia avente ad oggetto beni immobili e diritti immobiliari.

La diversità dell’oggetto delle due garanzie reali si ripercuote anche sulle relative modalità di costituzione: il primo mediante lo spossessamento, la seconda con l’iscrizione nei registri immobiliari.

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Secondo l’orientamento tradizionale, dunque, il pegno, costituendosi mediante la consegna della cosa, è un contratto reale, per il quale la legge, tuttavia, non prescrive particolari formalità.

La previsione di cui all’art. 2787, comma 3 c.c., secondo cui il pegno deve risultare da scrittura con data certa, che contenga sufficiente menzione del credito e della cosa, invero, non impone la forma scritta ad substantiam, ma subordina il prodursi degli effetti tipici del pegno (diritto di prelazione e diritto di sequela), conseguenti allo spossessamento, all’ulteriore requisito del rispetto di determinate formalità.

Con la consegna della cosa e il conseguente impossessamento da parte del creditore, infatti, si producono una serie di effetti tipici.

In primo luogo, sorge il diritto del creditore pignoratizio di soddisfarsi con preferenza sui beni oggetto della garanzia, rispetto agli altri creditori chirografari (c.d. diritto di preferenza); con lo spossessamento, ispirato ad esigenze di pubblicità e di inammissibilità dei vincoli occulti, il pegno è opponibile ai terzi; alla traditiochiffon da Formale abiti Party Applique 44 sera Paillettes lunghi in Taglia Dancing Huini wIA060 consegue l’ulteriore effetto di consentire al creditore l’esercizio del diritto di ritenzione e delle azioni possessorie e di rivendica (nei limiti e alle condizioni cui l’azione è riconosciuta al debitore); è consentito al creditore di soddisfarsi sui frutti della cosa, alle condizioni previste dall’art. 2791 c.c.

L’impostazione classica, dunque, considera lo spossessamento come elemento essenziale del pegno, che riguarda non solo il momento genetico della garanzia, ma anche il profilo funzionale.

In altri termini, lo stesso non solo è necessario ai fini della costituzione del vincolo, ma anche per la sua permanenza: il pegno sussiste nei confronti dei terzi, se ed in quanto la cosa rimanga nello stato di spossessamento.

Questa ricostruzione tradizionale, tuttavia, è entrata in crisi con lo sviluppo del commercio ed è apparsa anacronistica rispetto al sistema capitalistico. Lo spossessamento, specie se di beni produttivi, impedisce difatti l’implementazione della ricchezza, nonché la speditezza dei traffici commerciali.

Si è diffusa, allora, una diversa dottrina secondo cui il legislatore, con la disposizione di cui all’art. 2786 c.c., per la costituzione del pegno non avrebbe richiesto lo spossessamento, bensì l’esclusiva disponibilità del bene in capo al creditore pignoratizio, con ciò riferendosi ad un potere giuridico (e non ad una situazione di fatto), che consente a quest’ultimo di mantenere la cosa presso di sé e di opporla ai terzi a prescindere dall’impossessamento.

In tale ottica, lo spossessamento sarebbe una delle possibili forme di manifestazioni del vincolo, ma non suo elemento essenziale, con la conseguenza che il pegno è ritenuto un contratto consensuale, che si perfezionerebbe con il mero accordo delle parti.

Del resto, lo stesso legislatore ha dimostrato di non considerare lo spossessamento come elemento fondamentale del pegno, avendo espressamente previsto alcune di ipotesi di pegno senza spossessamento, come il pegno sui prosciutti e sui prodotti lattiero-caseari a lunga conservazione e, da ultimo, relativamente ai crediti di impresa (d.l. n. 59/2016).

Secondo l’orientamento accolto dalla giurisprudenza dominante, tuttavia, lo spossessamento è, e resta, un requisito imprescindibile del pegno, talché, senza di esso, la fattispecie non sarebbe un vero e proprio contratto di pegno, ma una figura anomala, atipica, non inquadrabile nella categoria delle garanzie reali.

Come sostenuto dalle Sezioni Unite nel 2012, infatti, senza la consegna del bene il contratto avrà solo effetti obbligatori rilevanti inter partes e, dunque, non sarebbe opponibile ai terzi, oltre che non attributivo di alcuna prelazione.

La Suprema Corte evidenziava, in particolare, che se le parti intendono conseguire gli effetti tipici del pegno quale garanzia reale, devono rispettare le condizioni previste dal codice civile.

Ciò non ha, però, impedito agli operatori economici di creare figure di pegno che si adattino maggiormente al dinamismo d’impresa e, quindi, la diffusione di forme anomale o atipiche di pegno.

Tra queste rientrano il pegno rotativo, il pegno di cosa futura e alcune figure di pegno diffuse nella prassi bancaria, che sembrano avere ad oggetto perfino cose generiche (c.d. pegno omnibus).

Con il termine pegno rotativo si fa riferimento ad un normale vincolo pignoratizio cui accede un patto c.d. di rotatività. Questo è accessorio al contratto di pegno e consente la sostituibilità del bene dato in garanzia, senza comportare alcuna novazione del rapporto originario, ma realizzando una sorta di surrogazione reale (volontaria) dell’oggetto del contratto.

Il pegno rotativo offre, perciò, il vantaggio di svincolare, dopo un certo periodo di tempo, i beni dati in garanzia e vincolarne altri di pari valore, rispondendo alle esigenze di speditezza dei traffici commerciali.

Secondo una ricostruzione questa figura non sarebbe un pegno atipico, bensì anomalo, poiché non sarebbe alterata la funzione tipica di garanzia, ma solo la sua struttura formale; giacché il pegno atipico sarebbe solo quello che non svolge funzione di garanzia.

Per autorevole dottrina, invece, il pegno rotativo sarebbe un pegno atipico in quanto, ferma la funzione di garanzia, sono alterate le modalità conformative tipiche.

L’ammissibilità del patto di rotatività, tuttavia, si desume da una serie di norme che dimostrano l’interesse del legislatore non per il conseguimento della res, quanto piuttosto per il suo valore economico o per la sua reale utilità (art. 2742, art. 2800 c.c.)

Tale figura è poi espressamente prevista, a livello normativo, in materia di strumenti finanziari dematerializzati e di garanzie bancarie.

Traendo le mosse proprio dalle ipotesi espressamente previste, la giurisprudenza, dopo un iniziale sfavore verso l’istituto (considerato a volte nullo, altre valido ma inopponibile ai terzi), ne ha ammesso la configurabilità, subordinandola al rispetto di precisi limiti come la sostituzione del bene originario con beni di pari valore e la consegna a creditore accompagnata da una scrittura privata avente data certa e contenente sufficiente indicazione del credito e della cosa.

Il pegno rotativo sembrerebbe, quindi, somigliare al pegno di cosa futura.

Secondo autorevole dottrina, tuttavia, le due figure sarebbero del tutto eterogenee, poiché nel pegno rotativo, diversamente dal pegno di cosa futura, non vi sarebbe formazione progressiva.

Il pegno di cosa futura viene costruito dalla giurisprudenza e dalla dottrina prevalenti, infatti, come fattispecie a formazione progressiva, che trae origine dall’accordo avente meri effetti obbligatori e che si perfeziona con la venuta ad esistenza della cosa e con la consegna al creditore.

La legge non prevede direttamente la possibilità che il diritto reale di pegno abbia ad oggetto una cosa non ancora esistente, ma prevale tra gli interpreti l’ammissibilità della figura, in virtù dei principi generali, essendo pacificamente ammessi nel nostro sistema i negozi ad oggetto futuro, purché il bene sia determinato o determinabile.

Il pegno di cosa futura è, dunque, ammissibile purché, a pena di nullità, il bene sia determinabile.

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In tali casi si avrà quello che è definito il “precontratto di pegno”: non ancora un vero pegno, ma un momento obbligatorio che vincola le parti e che solo con la traditio produrrà gli effetti che la legge ricollega al contratto di pegno e solo da tale momento il vincolo sarà opponibile ai terzi.

La necessità che l’oggetto del pegno sia sufficientemente indicato e, quindi, determinato, come richiesto dall’art. 2787, comma 3 c.c., pone la questione dell’ammissibilità o meno di un pegno avente ad oggetto cose generiche.

Nel settore bancario, invero, è invalsa la prassi di utilizzare, specialmente nei contratti di finanziamento, una clausola contrattuale che estende l’oggetto della garanzia indistintamente ed indeterminatamente a tutti i beni di pertinenza del cliente che pervengano alla banca, anche successivamente alla sottoscrizione della clausola stessa (c.d. pegno omnibus).

In considerazione dell’effetto estensivo della clausola, che non appare in linea con l’art. 2787, comma 3 c.c. che impone invece la determinatezza e l’individuabilità delle cose oggetto di pegno, l’orientamento prevalente ne nega l’ammissibilità.

Il pegno omnibus, tuttavia, non è considerato nullo, ma semplicemente produttivo di effetti solo tra le parti e, quindi, non opponibile ai terzi.

Le descritte peculiarità di tali figure anomale o atipiche di pegno, in realtà, sembrerebbero avere trovato riconoscimento normativo, in tema di crediti di impresa, con la nuova fattispecie di pegno mobiliare non possessorio previsto dall’art. 1 d.l. n. 59/2016.

Dall’analisi della norma emergerebbe, invero, una confluenza delle figure di pegno anomalo nel pegno mobiliare non possessorio, che si atteggia come garanzia versatile che consente di superare gli inconvenienti connessi alla necessaria perdita da parte del debitore del possesso dei beni oggetto di garanzia.

Sono esclusi da tale disciplina i debiti personali del debitore ed il debitore garantito deve qualificarsi come imprenditore iscritto nel registro delle imprese.

È opinione comune che l’estraneità del credito garantito alla dimensione imprenditoriale determini la nullità della garanzia, poiché l’inerenza dei crediti garantiti all’esercizio dell’impresa parteciperebbe della causa del contratto.

L’elemento caratterizzante la nuova figura di pegno è la non necessarietà dello spossessamento del debitore del bene oggetto di garanzia, la cui ratio risiede nell’opportunità di mantenere la destinazione dei beni all’esercizio dell’attività imprenditoriale.

Come accennato, la norma evidenzia una serie di caratteri ritenuti devianti rispetto alle modalità conformative tipiche del pegno e difatti: può avere ad oggetto beni immateriali e beni futuri; può avere ad oggetto beni determinabili anche mediante riferimento a una o più categorie merceologiche o a un valore complessivo, con ciò ammettendosi il pegno avente ad oggetto cose generiche; dall’analisi del comma 2 dell’art. 1 emerge il riconoscimento normativo della rotatività dei beni oggetto di pegno, che è esclusa solo da un’espressa previsione del contratto in senso contrario.

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In assenza della traditio, il pegno si atteggia come contratto consensuale, che deve presentare la forma scritta a pena di nullità.

Vi è, dunque, una scissione tra il momento costitutivo e quello di efficacia inter alios.

Il pegno non possessorio, infatti, si costituisce per effetto del solo consenso delle parti, mentre ha efficacia verso i terzi con l’iscrizione in un registro informatizzato istituito presso l’agenzia delle entrate, con funzione dichiarativa.

Ai sensi del comma 4 dell’art. 1 d.l. 59/2016 il pegno prende grado dalla data di iscrizione, mentre nel pegno ordinario il conflitto tra più creditori pignoratizi è risolto in base alla priorità del conseguimento de possesso (art. 1155 c.c.).

Tale previsione pone qualche perplessità in ordine al momento in cui il pegno non possessorio di cosa futura possa dirsi opponibile ai terzi e nelle procedure.

Nella classica ipotesi di pegno di cosa futura gli effetti del pegno sono subordinati alla venuta ad esistenza e alla consegna del bene, con la conseguenza che la garanzia diviene opponibile ai terzi dall’impossessamento della res da parte del creditore.

Alla luce del comma 4 ci si chiede, invece, se nel nuovo pegno gli effetti della garanzia si producano dal momento della venuta ad esistenza della cosa o se (come sembra suggerire la norma) il verificarsi di tale evento faccia retroagire l’efficacia del pegno alla data di iscrizione nel registro.

Secondo l’opinione prevalente anche quando la garanzia non possessoria ha ad oggetto beni futuri il vincolo pignoratizio è sempre opponibile sin dal momento dell’iscrizione nel registro.

Dunque, non sembrerebbe calzante rispetto a questa nuova ipotesi la tesi della fattispecie a formazione progressiva, poiché la venuta ad esistenza della res non sembra incidere sul perfezionamento della fattispecie, quanto sull’efficacia della garanzia.

Con riguardo alle modalità di escussione del pegno, il  d.l. n. 59/2016 prevede una disciplina derogatoria rispetto a quella contenuta nel codice civile.

Il comma 7 dell’art. 1, infatti, prevede una serie di rimedi stragiudiziali per il celere soddisfacimento delle ragioni creditorie. In particolare, sono previste due ipotesi tipiche (art. 1, comma 7, lett. a) e b)  e due casi che devono essere espressamente previsti nel contratto di pegno ed iscritti nel registro delle imprese.

Si tratta delle ipotesi contemplate dall’art. 1, comma 7, lett. c) e d), ove è rispettivamente stabilito che il creditore può, ricorrendo i presupposti previsti dalla norma, concedere in locazione il bene oggetto, imputando i canoni al soddisfacimento del proprio credito fino a concorrenza della somma garantita; nonché soddisfarsi direttamente sul bene dato in garanzia.

L’art. 1, comma 7, lett. d), dunque, nel prevedere la possibilità per il creditore di appropriarsi dei beni oggetto di pegno fino a concorrenza della somma garantita, a condizione che il contratto preveda anticipatamente i criteri e le modalità di valutazione del valore del bene oggetto di pegno e dell’obbligazione garantita, sembrerebbe introdurre una vera e propria deroga al divieto del patto commissorio, previsto dall’art. 2744 c.c.

Il debitore, tuttavia, non è sfornito di tutela. Il comma 9 dell’art. 1 configura, invero, una responsabilità contrattuale del creditore pignoratizio nel caso in cui esso proceda all’abusiva escussione del credito.

La disposizione prevede, infatti, che il debitore, entro tre mesi dalle comunicazioni di cui alle lettere a), c) e d) dell’art. 1, comma 9, può agire in giudizio per il risarcimento del danno quando il creditore ha proceduto all’escussione del pegno in violazione delle condizioni e modalità imposte dalla norma.  

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Pegno rotativo, di cosa generica e di cosa futura

 

 

Premessi cennti sul pegno, tratti il candidato del pegno rotativo, del pegno di cosa generica, del pegno di cosa fututa, anche in relazione ai crediti di impresa, senza tralasciare l'aspetto dell'opponibilità del pegno ai terzi e della possibilità del creditore di soddisfarsi direttamente sul bene dato in garanzia.

 

Il pegno è un esempio di garanzia reale propria, che nell’impianto codicistico conserva inalterata la sua struttura rispetto al diritto romano.

In assenza di una definizione normativa, ai sensi dell’art. 2784 c.c., il pegno può essere inteso come lo strumento mediante il quale al creditore è consentito di tutelare le proprie ragioni sui beni mobili, sulle universalità di mobili, sui crediti e sugli altri diritti aventi per oggetto beni mobili, del debitore o di terzi.

Esso rientra, come previsto dall’art. 2741, comma 2 c.c., insieme ai privilegi e all’ipoteca, nel novero delle cause legittime di prelazione, che attribuiscono al titolare il diritto di soddisfarsi con preferenza, rispetto agli altri creditori (chirografari), sui beni del debitore, nonché il c.d. diritto di sequela, ovvero il potere di aggredire tali beni anche se alienati a terzi.

Le cause legittime di prelazione, dunque, rappresentano una deroga al principio della par condicio creditorum, sancito dall’art. 2741, comma 1 c.c., secondo cui i creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore.

In ragione della loro incidenza, tuttavia, costituiscono ius singulare insuscettibile di applicazione analogica.

Le cause di prelazione, pur costituendo una valida garanzia per il creditore, devono essere comunque collocate nell’ambito dei principi posti a tutela del debitore e degli altri creditori.

In particolare, le cause legittime di prelazione devono essere coordinate con il divieto del patto commissorio, previsto dall’art. 2744, che sancisce la nullità del patto con cui si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore.

Nel pegno, come nell’ipoteca, si assiste ad una scissione tra rapporto di credito e rapporto di garanzia, diversamente da quanto si verifica nei privilegi, che sono concepiti dal legislatore in ragione dell’essenza stessa del credito che, a sua volta, nasce privilegiato.

Il privilegio, quindi, non può essere considerato un vero e proprio diritto reale di garanzia accessorio al credito.

Il pegno e l’ipoteca rappresentano invece le classiche garanzie reali e, come tali, accedono alle caratteristiche tipiche dei diritti reali: assolutezza, opponibilità erga omnes, inerenza alla res e sequela, specialità (non caratterizza invece il privilegio, che può essere anche generale), indivisibilità, accessorietà.

Con riguardo alla caratteristica della specialità, giova evidenziare che essa è riferita sia all’oggetto del pegno, sia al credito garantito, in ossequio al principio di certezza dei rapporti giuridici, nonché per garantire la tutela del debitore e dei terzi.

È possibile costituire un pegno o iscrivere ipoteca immediatamente, anche se il credito è condizionato o sottoposto a termine o, purché nascente da un rapporto in atto, futuro o eventuale.

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Il pegno, come anticipato, può avere ad oggetto beni mobili, universalità di mobili, crediti o altri diritti aventi ad oggetto beni mobili, mentre l’ipoteca è la tipica garanzia avente ad oggetto beni immobili e diritti immobiliari.

La diversità dell’oggetto delle due garanzie reali si ripercuote anche sulle relative modalità di costituzione: il primo mediante lo spossessamento, la seconda con l’iscrizione nei registri immobiliari.

Secondo l’orientamento tradizionale, dunque, il pegno, costituendosi mediante la consegna della cosa, è un contratto reale, per il quale la legge, tuttavia, non prescrive particolari formalità.

La previsione di cui all’art. 2787, comma 3 c.c., secondo cui il pegno deve risultare da scrittura con data certa, che contenga sufficiente menzione del credito e della cosa, invero, non impone la forma scritta ad substantiam, ma subordina il prodursi degli effetti tipici del pegno (diritto di prelazione e diritto di sequela), conseguenti allo spossessamento, all’ulteriore requisito del rispetto di determinate formalità.

Con la consegna della cosa e il conseguente impossessamento da parte del creditore, infatti, si producono una serie di effetti tipici.

In primo luogo, sorge il diritto del creditore pignoratizio di soddisfarsi con preferenza sui beni oggetto della garanzia, rispetto agli altri creditori chirografari (c.d. diritto di preferenza); con lo spossessamento, ispirato ad esigenze di pubblicità e di inammissibilità dei vincoli occulti, il pegno è opponibile ai terzi; alla traditio consegue l’ulteriore effetto di consentire al creditore l’esercizio del diritto di ritenzione e delle azioni possessorie e di rivendica (nei limiti e alle condizioni cui l’azione è riconosciuta al debitore); è consentito al creditore di soddisfarsi sui frutti della cosa, alle condizioni previste dall’art. 2791 c.c.

L’impostazione classica, dunque, considera lo spossessamento come elemento essenziale del pegno, che riguarda non solo il momento genetico della garanzia, ma anche il profilo funzionale.

In altri termini, lo stesso non solo è necessario ai fini della costituzione del vincolo, ma anche per la sua permanenza: il pegno sussiste nei confronti dei terzi, se ed in quanto la cosa rimanga nello stato di spossessamento.

Questa ricostruzione tradizionale, tuttavia, è entrata in crisi con lo sviluppo del commercio ed è apparsa anacronistica rispetto al sistema capitalistico. Lo spossessamento, specie se di beni produttivi, impedisce difatti l’implementazione della ricchezza, nonché la speditezza dei traffici commerciali.

Si è diffusa, allora, una diversa dottrina secondo cui il legislatore, con la disposizione di cui all’art. 2786 c.c., per la costituzione del pegno non avrebbe richiesto lo spossessamento, bensì l’esclusiva disponibilità del bene in capo al creditore pignoratizio, con ciò riferendosi ad un potere giuridico (e non ad una situazione di fatto), che consente a quest’ultimo di mantenere la cosa presso di sé e di opporla ai terzi a prescindere dall’impossessamento.

In tale ottica, lo spossessamento sarebbe una delle possibili forme di manifestazioni del vincolo, ma non suo elemento essenziale, con la conseguenza che il pegno è ritenuto un contratto consensuale, che si perfezionerebbe con il mero accordo delle parti.

Del resto, lo stesso legislatore ha dimostrato di non considerare lo spossessamento come elemento fondamentale del pegno, avendo espressamente previsto alcune di ipotesi di pegno senza spossessamento, come il pegno sui prosciutti e sui prodotti lattiero-caseari a lunga conservazione e, da ultimo, relativamente ai crediti di impresa (d.l. n. 59/2016).

Secondo l’orientamento accolto dalla giurisprudenza dominante, tuttavia, lo spossessamento è, e resta, un requisito imprescindibile del pegno, talché, senza di esso, la fattispecie non sarebbe un vero e proprio contratto di pegno, ma una figura anomala, atipica, non inquadrabile nella categoria delle garanzie reali.

Come sostenuto dalle Sezioni Unite nel 2012, infatti, senza la consegna del bene il contratto avrà solo effetti obbligatori rilevanti inter partes e, dunque, non sarebbe opponibile ai terzi, oltre che non attributivo di alcuna prelazione.

La Suprema Corte evidenziava, in particolare, che se le parti intendono conseguire gli effetti tipici del pegno quale garanzia reale, devono rispettare le condizioni previste dal codice civile.

Ciò non ha, però, impedito agli operatori economici di creare figure di pegno che si adattino maggiormente al dinamismo d’impresa e, quindi, la diffusione di forme anomale o atipiche di pegno.

Tra queste rientrano il pegno rotativo, il pegno di cosa futura e alcune figure di pegno diffuse nella prassi bancaria, che sembrano avere ad oggetto perfino cose generiche (c.d. pegno omnibus).

Con il termine pegno rotativo si fa riferimento ad un normale vincolo pignoratizio cui accede un patto c.d. di rotatività. Questo è accessorio al contratto di pegno e consente la sostituibilità del bene dato in garanzia, senza comportare alcuna novazione del rapporto originario, ma realizzando una sorta di surrogazione reale (volontaria) dell’oggetto del contratto.

Il pegno rotativo offre, perciò, il vantaggio di svincolare, dopo un certo periodo di tempo, i beni dati in garanzia e vincolarne altri di pari valore, rispondendo alle esigenze di speditezza dei traffici commerciali.

Secondo una ricostruzione questa figura non sarebbe un pegno atipico, bensì anomalo, poiché non sarebbe alterata la funzione tipica di garanzia, ma solo la sua struttura formale; giacché il pegno atipico sarebbe solo quello che non svolge funzione di garanzia.

Per autorevole dottrina, invece, il pegno rotativo sarebbe un pegno atipico in quanto, ferma la funzione di garanzia, sono alterate le modalità conformative tipiche.

L’ammissibilità del patto di rotatività, tuttavia, si desume da una serie di norme che dimostrano l’interesse del legislatore non per il conseguimento della res, quanto piuttosto per il suo valore economico o per la sua reale utilità (art. 2742, art. 2800 c.c.)Coat Lunghezza Pavimento xxl Floreale Antaina scollo V con Bohemian Beach Maxi a Abito Donna Stampa HwqqxI60X

Tale figura è poi espressamente prevista, a livello normativo, in materia di strumenti finanziari dematerializzati e di garanzie bancarie.

Traendo le mosse proprio dalle ipotesi espressamente previste, la giurisprudenza, dopo un iniziale sfavore verso l’istituto (considerato a volte nullo, altre valido ma inopponibile ai terzi), ne ha ammesso la configurabilità, subordinandola al rispetto di precisi limiti come la sostituzione del bene originario con beni di pari valore e la consegna a creditore accompagnata da una scrittura privata avente data certa e contenente sufficiente indicazione del credito e della cosa.

Il pegno rotativo sembrerebbe, quindi, somigliare al pegno di cosa futura.

Secondo autorevole dottrina, tuttavia, le due figure sarebbero del tutto eterogenee, poiché nel pegno rotativo, diversamente dal pegno di cosa futura, non vi sarebbe formazione progressiva.

Il pegno di cosa futura viene costruito dalla giurisprudenza e dalla dottrina prevalenti, infatti, come fattispecie a formazione progressiva, che trae origine dall’accordo avente meri effetti obbligatori e che si perfeziona con la venuta ad esistenza della cosa e con la consegna al creditore.

La legge non prevede direttamente la possibilità che il diritto reale di pegno abbia ad oggetto una cosa non ancora esistente, ma prevale tra gli interpreti l’ammissibilità della figura, in virtù dei principi generali, essendo pacificamente ammessi nel nostro sistema i negozi ad oggetto futuro, purché il bene sia determinato o determinabile.

Il pegno di cosa futura è, dunque, ammissibile purché, a pena di nullità, il bene sia determinabile.

In tali casi si avrà quello che è definito il “precontratto di pegno”: non ancora un vero pegno, ma un momento obbligatorio che vincola le parti e che solo con la traditio produrrà gli effetti che la legge ricollega al contratto di pegno e solo da tale momento il vincolo sarà opponibile ai terzi.

La necessità che l’oggetto del pegno sia sufficientemente indicato e, quindi, determinato, come richiesto dall’art. 2787, comma 3 c.c., pone la questione dell’ammissibilità o meno di un pegno avente ad oggetto cose generiche.

Nel settore bancario, invero, è invalsa la prassi di utilizzare, specialmente nei contratti di finanziamento, una clausola contrattuale che estende l’oggetto della garanzia indistintamente ed indeterminatamente a tutti i beni di pertinenza del cliente che pervengano alla banca, anche successivamente alla sottoscrizione della clausola stessa (c.d. pegno omnibus).

In considerazione dell’effetto estensivo della clausola, che non appare in linea con l’art. 2787, comma 3 c.c. che impone invece la determinatezza e l’individuabilità delle cose oggetto di pegno, l’orientamento prevalente ne nega l’ammissibilità.

Il pegno omnibus, tuttavia, non è considerato nullo, ma semplicemente produttivo di effetti solo tra le parti e, quindi, non opponibile ai terzi.

Le descritte peculiarità di tali figure anomale o atipiche di pegno, in realtà, sembrerebbero avere trovato riconoscimento normativo, in tema di crediti di impresa, con la nuova fattispecie di pegno mobiliare non possessorio previsto dall’art. 1 d.l. n. 59/2016.

Dall’analisi della norma emergerebbe, invero, una confluenza delle figure di pegno anomalo nel pegno mobiliare non possessorio, che si atteggia come garanzia versatile che consente di superare gli inconvenienti connessi alla necessaria perdita da parte del debitore del possesso dei beni oggetto di garanzia.

Sono esclusi da tale disciplina i debiti personali del debitore ed il debitore garantito deve qualificarsi come imprenditore iscritto nel registro delle imprese.Kappa S Polo Talla Lavanda Cristy n1wwfq7Y

È opinione comune che l’estraneità del credito garantito alla dimensione imprenditoriale determini la nullità della garanzia, poiché l’inerenza dei crediti garantiti all’esercizio dell’impresa parteciperebbe della causa del contratto.

L’elemento caratterizzante la nuova figura di pegno è la non necessarietà dello spossessamento del debitore del bene oggetto di garanzia, la cui ratio risiede nell’opportunità di mantenere la destinazione dei beni all’esercizio dell’attività imprenditoriale.

Come accennato, la norma evidenzia una serie di caratteri ritenuti devianti rispetto alle modalità conformative tipiche del pegno e difatti: può avere ad oggetto beni immateriali e beni futuri; può avere ad oggetto beni determinabili anche mediante riferimento a una o più categorie merceologiche o a un valore complessivo, con ciò ammettendosi il pegno avente ad oggetto cose generiche; dall’analisi del comma 2 dell’art. 1 emerge il riconoscimento normativo della rotatività dei beni oggetto di pegno, che è esclusa solo da un’espressa previsione del contratto in senso contrario.

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In assenza della traditio, il pegno si atteggia come contratto consensuale, che deve presentare la forma scritta a pena di nullità.

Vi è, dunque, una scissione tra il momento costitutivo e quello di efficacia inter alios.

Il pegno non possessorio, infatti, si costituisce per effetto del solo consenso delle parti, mentre ha efficacia verso i terzi con l’iscrizione in un registro informatizzato istituito presso l’agenzia delle entrate, con funzione dichiarativa.

Ai sensi del comma 4 dell’art. 1 d.l. 59/2016 il pegno prende grado dalla data di iscrizione, mentre nel pegno ordinario il conflitto tra più creditori pignoratizi è risolto in base alla priorità del conseguimento de possesso (art. 1155 c.c.).

Tale previsione pone qualche perplessità in ordine al momento in cui il pegno non possessorio di cosa futura possa dirsi opponibile ai terzi e nelle procedure.

Nella classica ipotesi di pegno di cosa futura gli effetti del pegno sono subordinati alla venuta ad esistenza e alla consegna del bene, con la conseguenza che la garanzia diviene opponibile ai terzi dall’impossessamento della res da parte del creditore.

Alla luce del comma 4 ci si chiede, invece, se nel nuovo pegno gli effetti della garanzia si producano dal momento della venuta ad esistenza della cosa o se (come sembra suggerire la norma) il verificarsi di tale evento faccia retroagire l’efficacia del pegno alla data di iscrizione nel registro.

Secondo l’opinione prevalente anche quando la garanzia non possessoria ha ad oggetto beni futuri il vincolo pignoratizio è sempre opponibile sin dal momento dell’iscrizione nel registro.

Dunque, non sembrerebbe calzante rispetto a questa nuova ipotesi la tesi della fattispecie a formazione progressiva, poiché la venuta ad esistenza della res non sembra incidere sul perfezionamento della fattispecie, quanto sull’efficacia della garanzia.

Con riguardo alle modalità di escussione del pegno, il  d.l. n. 59/2016 prevede una disciplina derogatoria rispetto a quella contenuta nel codice civile.

Il comma 7 dell’art. 1, infatti, prevede una serie di rimedi stragiudiziali per il celere soddisfacimento delle ragioni creditorie. In particolare, sono previste due ipotesi tipiche (art. 1, comma 7, lett. a) e b)  e due casi che devono essere espressamente previsti nel contratto di pegno ed iscritti nel registro delle imprese.

Si tratta delle ipotesi contemplate dall’art. 1, comma 7, lett. c) e d), ove è rispettivamente stabilito che il creditore può, ricorrendo i presupposti previsti dalla norma, concedere in locazione il bene oggetto, imputando i canoni al soddisfacimento del proprio credito fino a concorrenza della somma garantita; nonché soddisfarsi direttamente sul bene dato in garanzia.

L’art. 1, comma 7, lett. d), dunque, nel prevedere la possibilità per il creditore di appropriarsi dei beni oggetto di pegno fino a concorrenza della somma garantita, a condizione che il contratto preveda anticipatamente i criteri e le modalità di valutazione del valore del bene oggetto di pegno e dell’obbligazione garantita, sembrerebbe introdurre una vera e propria deroga al divieto del patto commissorio, previsto dall’art. 2744 c.c.

Il debitore, tuttavia, non è sfornito di tutela. Il comma 9 dell’art. 1 configura, invero, una responsabilità contrattuale del creditore pignoratizio nel caso in cui esso proceda all’abusiva escussione del credito.

La disposizione prevede, infatti, che il debitore, entro tre mesi dalle comunicazioni di cui alle lettere a), c) e d) dell’art. 1, comma 9, può agire in giudizio per il risarcimento del danno quando il creditore ha proceduto all’escussione del pegno in violazione delle condizioni e modalità imposte dalla norma.  

 

 

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Pegno rotativo, di cosa generica e di cosa futura

 

 

Premessi cennti sul pegno, tratti il candidato del pegno rotativo, del pegno di cosa generica, del pegno di cosa fututa, anche in relazione ai crediti di impresa, senza tralasciare l'aspetto dell'opponibilità del pegno ai terzi e della possibilità del creditore di soddisfarsi direttamente sul bene dato in garanzia.

 

Il pegno è un esempio di garanzia reale propria, che nell’impianto codicistico conserva inalterata la sua struttura rispetto al diritto romano.

In assenza di una definizione normativa, ai sensi dell’art. 2784 c.c., il pegno può essere inteso come lo strumento mediante il quale al creditore è consentito di tutelare le proprie ragioni sui beni mobili, sulle universalità di mobili, sui crediti e sugli altri diritti aventi per oggetto beni mobili, del debitore o di terzi.

Esso rientra, come previsto dall’art. 2741, comma 2 c.c., insieme ai privilegi e all’ipoteca, nel novero delle cause legittime di prelazione, che attribuiscono al titolare il diritto di soddisfarsi con preferenza, rispetto agli altri creditori (chirografari), sui beni del debitore, nonché il c.d. diritto di sequela, ovvero il potere di aggredire tali beni anche se alienati a terzi.

Le cause legittime di prelazione, dunque, rappresentano una deroga al principio della par condicio creditorum, sancito dall’art. 2741, comma 1 c.c., secondo cui i creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore.

In ragione della loro incidenza, tuttavia, costituiscono ius singulare insuscettibile di applicazione analogica.

Le cause di prelazione, pur costituendo una valida garanzia per il creditore, devono essere comunque collocate nell’ambito dei principi posti a tutela del debitore e degli altri creditori.

In particolare, le cause legittime di prelazione devono essere coordinate con il divieto del patto commissorio, previsto dall’art. 2744, che sancisce la nullità del patto con cui si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore.

Nel pegno, come nell’ipoteca, si assiste ad una scissione tra rapporto di credito e rapporto di garanzia, diversamente da quanto si verifica nei privilegi, che sono concepiti dal legislatore in ragione dell’essenza stessa del credito che, a sua volta, nasce privilegiato.

Il privilegio, quindi, non può essere considerato un vero e proprio diritto reale di garanzia accessorio al credito.

Il pegno e l’ipoteca rappresentano invece le classiche garanzie reali e, come tali, accedono alle caratteristiche tipiche dei diritti reali: assolutezza, opponibilità erga omnes, inerenza alla res e sequela, specialità (non caratterizza invece il privilegio, che può essere anche generale), indivisibilità, accessorietà.

Con riguardo alla caratteristica della specialità, giova evidenziare che essa è riferita sia all’oggetto del pegno, sia al credito garantito, in ossequio al principio di certezza dei rapporti giuridici, nonché per garantire la tutela del debitore e dei terzi.

È possibile costituire un pegno o iscrivere ipoteca immediatamente, anche se il credito è condizionato o sottoposto a termine o, purché nascente da un rapporto in atto, futuro o eventuale.

Il pegno, come anticipato, può avere ad oggetto beni mobili, universalità di mobili, crediti o altri diritti aventi ad oggetto beni mobili, mentre l’ipoteca è la tipica garanzia avente ad oggetto beni immobili e diritti immobiliari.

La diversità dell’oggetto delle due garanzie reali si ripercuote anche sulle relative modalità di costituzione: il primo mediante lo spossessamento, la seconda con l’iscrizione nei registri immobiliari.

Secondo l’orientamento tradizionale, dunque, il pegno, costituendosi mediante la consegna della cosa, è un contratto reale, per il quale la legge, tuttavia, non prescrive particolari formalità.

La previsione di cui all’art. 2787, comma 3 c.c., secondo cui il pegno deve risultare da scrittura con data certa, che contenga sufficiente menzione del credito e della cosa, invero, non impone la forma scritta ad substantiam, ma subordina il prodursi degli effetti tipici del pegno (diritto di prelazione e diritto di sequela), conseguenti allo spossessamento, all’ulteriore requisito del rispetto di determinate formalità.

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Con la consegna della cosa e il conseguente impossessamento da parte del creditore, infatti, si producono una serie di effetti tipici.

In primo luogo, sorge il diritto del creditore pignoratizio di soddisfarsi con preferenza sui beni oggetto della garanzia, rispetto agli altri creditori chirografari (c.d. diritto di preferenza); con lo spossessamento, ispirato ad esigenze di pubblicità e di inammissibilità dei vincoli occulti, il pegno è opponibile ai terzi; alla traditio consegue l’ulteriore effetto di consentire al creditore l’esercizio del diritto di ritenzione e delle azioni possessorie e di rivendica (nei limiti e alle condizioni cui l’azione è riconosciuta al debitore); è consentito al creditore di soddisfarsi sui frutti della cosa, alle condizioni previste dall’art. 2791 c.c.

L’impostazione classica, dunque, considera lo spossessamento come elemento essenziale del pegno, che riguarda non solo il momento genetico della garanzia, ma anche il profilo funzionale.

In altri termini, lo stesso non solo è necessario ai fini della costituzione del vincolo, ma anche per la sua permanenza: il pegno sussiste nei confronti dei terzi, se ed in quanto la cosa rimanga nello stato di spossessamento.

Questa ricostruzione tradizionale, tuttavia, è entrata in crisi con lo sviluppo del commercio ed è apparsa anacronistica rispetto al sistema capitalistico. Lo spossessamento, specie se di beni produttivi, impedisce difatti l’implementazione della ricchezza, nonché la speditezza dei traffici commerciali.

Si è diffusa, allora, una diversa dottrina secondo cui il legislatore, con la disposizione di cui all’art. 2786 c.c., per la costituzione del pegno non avrebbe richiesto lo spossessamento, bensì l’esclusiva disponibilità del bene in capo al creditore pignoratizio, con ciò riferendosi ad un potere giuridico (e non ad una situazione di fatto), che consente a quest’ultimo di mantenere la cosa presso di sé e di opporla ai terzi a prescindere dall’impossessamento.

In tale ottica, lo spossessamento sarebbe una delle possibili forme di manifestazioni del vincolo, ma non suo elemento essenziale, con la conseguenza che il pegno è ritenuto un contratto consensuale, che si perfezionerebbe con il mero accordo delle parti.

Del resto, lo stesso legislatore ha dimostrato di non considerare lo spossessamento come elemento fondamentale del pegno, avendo espressamente previsto alcune di ipotesi di pegno senza spossessamento, come il pegno sui prosciutti e sui prodotti lattiero-caseari a lunga conservazione e, da ultimo, relativamente ai crediti di impresa (d.l. n. 59/2016).

Secondo l’orientamento accolto dalla giurisprudenza dominante, tuttavia, lo spossessamento è, e resta, un requisito imprescindibile del pegno, talché, senza di esso, la fattispecie non sarebbe un vero e proprio contratto di pegno, ma una figura anomala, atipica, non inquadrabile nella categoria delle garanzie reali.

Come sostenuto dalle Sezioni Unite nel 2012, infatti, senza la consegna del bene il contratto avrà solo effetti obbligatori rilevanti inter partes e, dunque, non sarebbe opponibile ai terzi, oltre che non attributivo di alcuna prelazione.

La Suprema Corte evidenziava, in particolare, che se le parti intendono conseguire gli effetti tipici del pegno quale garanzia reale, devono rispettare le condizioni previste dal codice civile.

Ciò non ha, però, impedito agli operatori economici di creare figure di pegno che si adattino maggiormente al dinamismo d’impresa e, quindi, la diffusione di forme anomale o atipiche di pegno.

Tra queste rientrano il pegno rotativo, il pegno di cosa futura e alcune figure di pegno diffuse nella prassi bancaria, che sembrano avere ad oggetto perfino cose generiche (c.d. pegno omnibus).

Con il termine pegno rotativo si fa riferimento ad un normale vincolo pignoratizio cui accede un patto c.d. di rotatività. Questo è accessorio al contratto di pegno e consente la sostituibilità del bene dato in garanzia, senza comportare alcuna novazione del rapporto originario, ma realizzando una sorta di surrogazione reale (volontaria) dell’oggetto del contratto.

Il pegno rotativo offre, perciò, il vantaggio di svincolare, dopo un certo periodo di tempo, i beni dati in garanzia e vincolarne altri di pari valore, rispondendo alle esigenze di speditezza dei traffici commerciali.

Secondo una ricostruzione questa figura non sarebbe un pegno atipico, bensì anomalo, poiché non sarebbe alterata la funzione tipica di garanzia, ma solo la sua struttura formale; giacché il pegno atipico sarebbe solo quello che non svolge funzione di garanzia.

Per autorevole dottrina, invece, il pegno rotativo sarebbe un pegno atipico in quanto, ferma la funzione di garanzia, sono alterate le modalità conformative tipiche.

L’ammissibilità del patto di rotatività, tuttavia, si desume da una serie di norme che dimostrano l’interesse del legislatore non per il conseguimento della res, quanto piuttosto per il suo valore economico o per la sua reale utilità (art. 2742, art. 2800 c.c.)Phard Donna 138892 Nero Sportiva Giacca

Tale figura è poi espressamente prevista, a livello normativo, in materia di strumenti finanziari dematerializzati e di garanzie bancarie.

Traendo le mosse proprio dalle ipotesi espressamente previste, la giurisprudenza, dopo un iniziale sfavore verso l’istituto (considerato a volte nullo, altre valido ma inopponibile ai terzi), ne ha ammesso la configurabilità, subordinandola al rispetto di precisi limiti come la sostituzione del bene originario con beni di pari valore e la consegna a creditore accompagnata da una scrittura privata avente data certa e contenente sufficiente indicazione del credito e della cosa.

Il pegno rotativo sembrerebbe, quindi, somigliare al pegno di cosa futura.

Secondo autorevole dottrina, tuttavia, le due figure sarebbero del tutto eterogenee, poiché nel pegno rotativo, diversamente dal pegno di cosa futura, non vi sarebbe formazione progressiva.

Il pegno di cosa futura viene costruito dalla giurisprudenza e dalla dottrina prevalenti, infatti, come fattispecie a formazione progressiva, che trae origine dall’accordo avente meri effetti obbligatori e che si perfeziona con la venuta ad esistenza della cosa e con la consegna al creditore.

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La legge non prevede direttamente la possibilità che il diritto reale di pegno abbia ad oggetto una cosa non ancora esistente, ma prevale tra gli interpreti l’ammissibilità della figura, in virtù dei principi generali, essendo pacificamente ammessi nel nostro sistema i negozi ad oggetto futuro, purché il bene sia determinato o determinabile.

Il pegno di cosa futura è, dunque, ammissibile purché, a pena di nullità, il bene sia determinabile.

In tali casi si avrà quello che è definito il “precontratto di pegno”: non ancora un vero pegno, ma un momento obbligatorio che vincola le parti e che solo con la traditio produrrà gli effetti che la legge ricollega al contratto di pegno e solo da tale momento il vincolo sarà opponibile ai terzi.

La necessità che l’oggetto del pegno sia sufficientemente indicato e, quindi, determinato, come richiesto dall’art. 2787, comma 3 c.c., pone la questione dell’ammissibilità o meno di un pegno avente ad oggetto cose generiche.

Nel settore bancario, invero, è invalsa la prassi di utilizzare, specialmente nei contratti di finanziamento, una clausola contrattuale che estende l’oggetto della garanzia indistintamente ed indeterminatamente a tutti i beni di pertinenza del cliente che pervengano alla banca, anche successivamente alla sottoscrizione della clausola stessa (c.d. pegno omnibus).

In considerazione dell’effetto estensivo della clausola, che non appare in linea con l’art. 2787, comma 3 c.c. che impone invece la determinatezza e l’individuabilità delle cose oggetto di pegno, l’orientamento prevalente ne nega l’ammissibilità.

Il pegno omnibus, tuttavia, non è considerato nullo, ma semplicemente produttivo di effetti solo tra le parti e, quindi, non opponibile ai terzi.

Le descritte peculiarità di tali figure anomale o atipiche di pegno, in realtà, sembrerebbero avere trovato riconoscimento normativo, in tema di crediti di impresa, con la nuova fattispecie di pegno mobiliare non possessorio previsto dall’art. 1 d.l. n. 59/2016.

Dall’analisi della norma emergerebbe, invero, una confluenza delle figure di pegno anomalo nel pegno mobiliare non possessorio, che si atteggia come garanzia versatile che consente di superare gli inconvenienti connessi alla necessaria perdita da parte del debitore del possesso dei beni oggetto di garanzia.

Sono esclusi da tale disciplina i debiti personali del debitore ed il debitore garantito deve qualificarsi come imprenditore iscritto nel registro delle imprese.

È opinione comune che l’estraneità del credito garantito alla dimensione imprenditoriale determini la nullità della garanzia, poiché l’inerenza dei crediti garantiti all’esercizio dell’impresa parteciperebbe della causa del contratto.

L’elemento caratterizzante la nuova figura di pegno è la non necessarietà dello spossessamento del debitore del bene oggetto di garanzia, la cui ratio risiede nell’opportunità di mantenere la destinazione dei beni all’esercizio dell’attività imprenditoriale.

Come accennato, la norma evidenzia una serie di caratteri ritenuti devianti rispetto alle modalità conformative tipiche del pegno e difatti: può avere ad oggetto beni immateriali e beni futuri; può avere ad oggetto beni determinabili anche mediante riferimento a una o più categorie merceologiche o a un valore complessivo, con ciò ammettendosi il pegno avente ad oggetto cose generiche; dall’analisi del comma 2 dell’art. 1 emerge il riconoscimento normativo della rotatività dei beni oggetto di pegno, che è esclusa solo da un’espressa previsione del contratto in senso contrario.

In assenza della traditio, il pegno si atteggia come contratto consensuale, che deve presentare la forma scritta a pena di nullità.

Vi è, dunque, una scissione tra il momento costitutivo e quello di efficacia inter alios.

Il pegno non possessorio, infatti, si costituisce per effetto del solo consenso delle parti, mentre ha efficacia verso i terzi con l’iscrizione in un registro informatizzato istituito presso l’agenzia delle entrate, con funzione dichiarativa.

Ai sensi del comma 4 dell’art. 1 d.l. 59/2016 il pegno prende grado dalla data di iscrizione, mentre nel pegno ordinario il conflitto tra più creditori pignoratizi è risolto in base alla priorità del conseguimento de possesso (art. 1155 c.c.).

Tale previsione pone qualche perplessità in ordine al momento in cui il pegno non possessorio di cosa futura possa dirsi opponibile ai terzi e nelle procedure.

Nella classica ipotesi di pegno di cosa futura gli effetti del pegno sono subordinati alla venuta ad esistenza e alla consegna del bene, con la conseguenza che la garanzia diviene opponibile ai terzi dall’impossessamento della res da parte del creditore.

Alla luce del comma 4 ci si chiede, invece, se nel nuovo pegno gli effetti della garanzia si producano dal momento della venuta ad esistenza della cosa o se (come sembra suggerire la norma) il verificarsi di tale evento faccia retroagire l’efficacia del pegno alla data di iscrizione nel registro.

Secondo l’opinione prevalente anche quando la garanzia non possessoria ha ad oggetto beni futuri il vincolo pignoratizio è sempre opponibile sin dal momento dell’iscrizione nel registro.

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Dunque, non sembrerebbe calzante rispetto a questa nuova ipotesi la tesi della fattispecie a formazione progressiva, poiché la venuta ad esistenza della res non sembra incidere sul perfezionamento della fattispecie, quanto sull’efficacia della garanzia.

Con riguardo alle modalità di escussione del pegno, il  d.l. n. 59/2016 prevede una disciplina derogatoria rispetto a quella contenuta nel codice civile.

Il comma 7 dell’art. 1, infatti, prevede una serie di rimedi stragiudiziali per il celere soddisfacimento delle ragioni creditorie. In particolare, sono previste due ipotesi tipiche (art. 1, comma 7, lett. a) e b)  e due casi che devono essere espressamente previsti nel contratto di pegno ed iscritti nel registro delle imprese.

Si tratta delle ipotesi contemplate dall’art. 1, comma 7, lett. c) e d), ove è rispettivamente stabilito che il creditore può, ricorrendo i presupposti previsti dalla norma, concedere in locazione il bene oggetto, imputando i canoni al soddisfacimento del proprio credito fino a concorrenza della somma garantita; nonché soddisfarsi direttamente sul bene dato in garanzia.

L’art. 1, comma 7, lett. d), dunque, nel prevedere la possibilità per il creditore di appropriarsi dei beni oggetto di pegno fino a concorrenza della somma garantita, a condizione che il contratto preveda anticipatamente i criteri e le modalità di valutazione del valore del bene oggetto di pegno e dell’obbligazione garantita, sembrerebbe introdurre una vera e propria deroga al divieto del patto commissorio, previsto dall’art. 2744 c.c.

Il debitore, tuttavia, non è sfornito di tutela. Il comma 9 dell’art. 1 configura, invero, una responsabilità contrattuale del creditore pignoratizio nel caso in cui esso proceda all’abusiva escussione del credito.

La disposizione prevede, infatti, che il debitore, entro tre mesi dalle comunicazioni di cui alle lettere a), c) e d) dell’art. 1, comma 9, può agire in giudizio per il risarcimento del danno quando il creditore ha proceduto all’escussione del pegno in violazione delle condizioni e modalità imposte dalla norma.  

 

 

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